IL DURO CHE E` IN ME
vano
il suo aggirarsi per i corridoi con passo pesante e sgraziato, spesso
facendo capolino da una porta socchiusa sboccando un “AÓ…STAI A
LAVORÀ? ...BRAVOBRAVO…HAHAHA”; non che lui non si applicasse nel
suo lavoro ma, per quanto cercassero di rifilargli più pratiche
possibili, lui, poco provvisto d'intelligenza e capacità di
comprensione, si alzava continuamente dalla sua scrivania per
chiedere delucidazioni ai colleghi. Purtroppo non era dotato di
sufficiente umiltà nel riconoscere i suoi limiti, per cui, dopo aver
continuamente interrotto i colleghi chiamati in aiuto, a voce alta
(come suo solito), puntualizzava che LUI aveva già capito tutto ma
voleva essere certo che anche i suoi colleghi lo comprendessero (?).
Ovviamente, Meconio si rendeva conto di essere deriso e canzonato ma
sedava la sua frustrazione con la travisazione e con l'arte a lui più
cara: la mistificazione patologica.
Quando
Meconio era finalmente al sicuro tra le confortanti e rassicuranti
pareti di casa, sprofondava sulla poltrona, davanti al televisore
“4000 pollici-dolby surround-home teatre” e, munito di boccalone
di cola, dava il via alla quotidiana maratona televisiva, consistente
in vari film e serie televisive le quali trame erano rigorosamente
imperniate su “eroici” malavitosi e delinquenti…dai sobborghi
newyorkesi alle degradate periferia romane.
Guardava
e riguardava quei film, immagazzinando atteggiamenti, pose e dialoghi
dei suoi idoli; era solito piazzarsi davanti allo specchio, con
addosso solamente i mutandoni anni 70 per mimare e scimmiottare frasi
ed atteggiamenti da lui reputati degni d'essere annoverati nel suo
repertorio.
Passava
ore ed ore davanti alla TV, interrompendosi, di tanto in tanto, con
delle repentine alzate in piedi in cui gridava frasi tipo: “TE
SPARO ‘N PETTO!!” ed altre idiozie del genere (potremmo dire…la
brutta copia di Robert De Niro, nella scena davanti allo specchio, in
“Taxi Driver”).
In
qualche modo Meconio esorcizzava le frustrazioni della sua squallida
vita, farcendo la mente di “vita immaginaria”, attraverso la
quale poteva illudersi di essere quel “duro” che tanto avrebbe
voluto essere ma che nella sua realtà era improbabile divenire.







